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Padre,
Marito, Omicida.
Quando
mi accingo a scrivere queste righe sono ancora fortemente scosso
dagli episodi di violenza che hanno colpito due famiglie della
provincia di Verona: un Padre che colpisce a morte moglie e figlio;
un uomo che ammazza la sorella. Né la Giustizia - con la sue indagini
e il suo linguaggio "oggettuale" - né la Psicologia - con le sue
speculazioni sul profondo e il suo linguaggio "soggettivo" - potranno
mai rendere visibile e portare a consapevolezza collettiva le
ragioni di questi drammatici gesti. L'inspiegabile è alla radice
di ciò che ci accade nella vita; la ricerca continua per offrirne
ragioni ne è forse il significato profondo. E in questo senso,
sono le reazioni di chi resta (individui e comunità) che come
spesso accade mi lasciano altrettanto scosso ed esterrefatto.
Il modo con il quale si cerca "collettivamente" di dare spiegazione,
ancora una volta, quando Verona si trova al centro di episodi
di violenza, è quello di straneazione dal Male e di individuazione
di motivi "intrapsichici" come radice dell'inaspettato accesso
di violenza omicida. La ricerca collettiva (giuridica, sociologica,
psicologica) di una spiegazione parte sempre dalla storia personale
dei protagonisti del "fattaccio": l'infanzia, la famiglia di origine,
le patologie più o meno manifeste, in un'unica parola la "genesi"
individuale della vita dei protagonisti. Sembra non essere interessante,
nel senso di influenzante e scatenante, il contesto comunitario
e la pressione collettiva, a introiettare e assumere quotidianamente
comportamenti socialmente accettati e adeguati ad un modello dominante.
Personalmente sono convinto che esiste un'influenza tra ciò che
agisce un individuo e ciò che una società (familiare e comunitaria,
capitalista e occidentale) si aspetta venga agito. Esiste un "campo
di forze" che circonda il soggetto e che "simbolicamente" (il
simbolico è molto più forte del fattuale!) chiede un certo tipo
di comportamento, nel nostro caso da Padre e da Fratello. In questo
senso, ogni analisi che ricerca una causa "genetica" per spiegare
un effetto opera una riduzione semplicistica, poiché ogni comportamento
è insieme causa ed effetto di ogni altro, risultante di relazioni
che ciascuno di noi sperimenta, riflette, attualizza nei comportamenti
quotidiani. Se un Padre toglie la vita a chi ha dato la vita suo
figlio e poi fa lo stesso con lui, non mi sento di affermare che
è un folle, spigando ciò con il fatto che era stato un figlio
adottivo e che a causa di ciò ha avuto incapacità di gestire il
proprio ruolo, decentrato e poco significativo, nei confronti
di un neonato e della propria moglie. Così come non mi sento di
sostenere fino in fondo che la pressione alla quale siamo sottoposti
(come genitori) nelle differenti varianti psicologiche (responsabilità
e colpa) da parte della società nell'educazione dei figli, sia
l'unica spiegazione plausibile. Mi convince di più considerare
entrambi questi fattori per iniziare a riflettere sui "perché"
e sui "come mai" un Padre possa aver scatenato una aggressività
dalla deriva violenta e omicida, nei confronti della Moglie e
del Figlio. E che un'analisi complessa (influenze reciproche)
e non semplicistica (causa-effetto) ci possa aiutare a riflettere
come la violenza abita sottotraccia nelle nostre Famiglie. E che
tale violenza ha sicuramente a che fare con le storie personali
ma che è altresì attualizzata dalla pressione sociale a responsabilizzare/colpevolizzare
la famiglia - monogamica, stanziale, proprietaria di casa, feconda
di prole - come macchina di controllo e repressione, piuttosto
che di cambiamento ed evoluzione del nostro sistema di convivenza
sociale e politica. E che tale violenza a volte viene mascherata,
altre volte sublimata, altre volte ancora agita, nelle sue più
drammatiche forme di espressione. Cosicché i "casi isolati" -
che ci fanno piangere e disperare - rappresentano la modalità
attraverso la quale la nostra comunità (se si può ancora definire
così?!) espelle il male e "mette in scena" l'inadeguatezza ad
essere ciò che reciprocamente ci chiediamo di essere ma che non
sappiamo essere: genitori quasi imperfetti.
Alberto
Raviola
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