LE PRATICHE SOCIALI, OGGI di Guido Contessa

In un'era di welfare gravemente compromesso, nella quale le scienze umane e sociali stanno scomparendo, non possiamo non chiederci se esista e quale sia il futuro delle pratiche sociali. Con questo termine indichiamo tutte le tecniche e le professioni dei settori culturale, educativo, assistenziale, ricreativo. Le pratiche sociali riguardano l'immateriale e le persone. Il lavoro sociale è quello del formatore, dell'educatore, dell'animatore, dell'operatore culturale. La tentazione di considerare chiuso il Novecento e moribonde tutte le sue scoperte nelle scienze e nelle professioni umane e sociali, è alta. Ma esiste anche l'ottimismo che segnala i bisogni delle persone come comprimibili, ma mai sopprimibili. Può morire il welfare, possono morire le scienze umane e sociali, ma non possono morire i bisogni che ogni essere umano continua ad avere, oltre le nefandezze della storia, consapevolmente o no.

  • Disoccultare le contraddizioni.
    L'impero e il regime si fondano sull'omologazione. Tutti devono essere uguali, non equivalenti. La potenza del totalitarismo, supportata dalla forza e dai mass media non si limita ad imporsi, vuole convincere, appiattire, omogeneizzare. Le contraddizioni vengono occultate, sorvolate, represse. La "folla solitaria", non il cittadino soggetto e individuo, è il terreno ideale dell'impero d'Occidente. Così, ogni pratica sociale ha senso solo se si distingue, si distacca, si oppone non con strategie e tattiche militanti, ma con la logica, la razionalità, la messa in luce delle contraddizioni. Smascherare ciò che viene presentato come ovvio e naturale, dare valore all'alterità, al potenziale e al divergente.
  • Occuparsi di chi non c'è.
    Le pratiche sociali, nei casi migliori, si appiattiscono sull'utenza. Occuparsi di chi è presente, di chi si avvicina, di chi "fruisce" è solo una parte (e non la più importante) del lavoro sociale. Il compito primario delle pratiche sociali è quello di occuparsi di chi non c'è, di chi è assente e lontano, di chi non è nemmeno consapevole del bisogno di fruirne. La biblioteca deve preoccuparsi dei non lettori. La scuola deve concentrarsi su quelli che non la frequentano. La sanità deve dedicarsi ai non pazienti. Il centro culturale e sociale deve impegnarsi verso i soggetti solitari ed emarginati che non partecipano.

  • Rievocare il dimenticato.
    La memoria è una delle difese dall'omologazione. Non quella selettiva offerta ogni giorno dai mezzi di comunicazione di massa, asserviti all'omologazione del regime. Non quella scritta dai vincitori, creatori dell'impero. La memoria che ci difende è quella delle storie individuali e quella di tutti gli eventi e i personaggi che sono stati sconfitti, dimenticati, sepolti. La memoria degli eventi scomodi, capaci di contraddire la "verità" quotidianamente inventata per asservire e manipolare. Ciò che è dimenticato e negletto, va rievocato e rivalutato. La storia in ombra è quella che deve ispirare le pratiche sociali.

  • Frequentare il senso del possibile.
    Musil diceva che se esiste il senso della realtà, deve esistere anche il senso della possibilità. Nel contesto storico attuale, che è il meno libero della Storia, individuare il possibile, oltre le costrizioni, le catene fisiche e cartacee, gli stereotipi e i luoghi comuni, è la missione di tutte le pratiche sociali. La domanda non può essere solo "perchè fare qualcosa", ma anche "perchè non farla". Vivere secondo il permesso e consentito, è un tipo di schiavitù. Sperimentare tutto il possibile che non è espressamente proibito, è libertà.

  • Stimolare l'emersione del sommerso.
    Reale non è solo ciò che si vede e si tocca. E' reale tutto ciò che produce conseguenze. Il sommerso, l'invisibile, il non detto hanno la stessa dignità e importanza del loro contrario. L'esplicito, l'emerso, il tangibile è la strada maestra della makkina imperiale che lo decide, lo cristallizza e lo diffonde come sola realtà e verità. Fare emergere ciò che non si vede e non si tocca, è il compito principe delle pratiche sociali.

  • Consegnare il silenzio alla parola.
    Chi non parla, non grida, non marcia, non appare, non è privo di valore. Ha perlomeno lo stesso valore di chi appare, parla, marcia e grida. Ma questi ultimi sono già attori della scena imperiale. I primi sono solo ombre, anonime comparse, figuranti in rappresentanza dei quali il potere finge di decidere. Bastano 500 oligarchi o 500.000 mila urlatori in piazza per parlare "a nome di" chi non ha la parola. Invece 5 milioni di cittadini che non votano per esprimere il loro distacco, sono reclusi nel muro del silenzio inascoltato. Ascoltare i non detti e consegnare il silenzio alla parola è un altro compito delle pratiche sociali.

  • Disarticolare pacificamente l'ordine.
    Non esiste l'ordine. Nella dialettica continua fra ordine e disordine, il primo è solo il punto di equilibrio stabilito da chi detiene il potere. L'ordine stabilito si regge sull'adesione passiva di chi non sa o non vuole contestarlo. Pacificamente (ogni violenza è reazionaria), l'ordine va disarticolato con azioni divergenti, con l'emersione delle contraddizioni, coi comportamenti eccentrici ma possibili, con la resistenza passiva e il rifiuto di ogni concessione e complicità. Ogni ricerca dell'ordine è una sottomissione all'esistente, e ogni pratica sociale che sia istituzionale e ordinata è destinata alla superfluità.

  • Concentrarsi sulla critica e sul no.
    Dire no è l'ultimo spazio di libertà concesso dal potere. La testimonianza del dissenso è la più alta forma di educazione. La critica è la sola forma di individuazione e sovranità soggettiva, e, a pieno diritto, una nobile forma di partecipazione politica. Il sì e il consenso sono le armi dell'impero, il viatico dell'omologazione e della robotizzazione. Le pratiche sociali o sono critiche e stimolatrici della critica, o non sono che forme della subalternità.

  • Far prevalere il fare sul guardare.
    La società dello spettacolo ha messo il guardare prima del fare. Lo star e lo sport system mettono in scena le vite che altri vivono per noi. Invece di vivere l'uomo della "folla solitaria" guarda la vita che viene recitata sul palcoscenico dei mass media. Giustizia, sport, arte, sesso sono proprietà dello show business invece che attività da praticare. Ogni pratica sociale ha il compito di "far fare", non di "far guardare".

  • Lavorare sempre sul noi, qui, ora.
    La cultura è il senso della vita in un certo luogo e in un certo momento, diceva Kant. Oggi, la cultura è ciò che facciamo noi, in questo posto e in questo momento: noi, qui, ora, non loro, là e allora. L'altrove e l'altro tempo, sono le dimensioni dell'estraneità che "loro" (il potere mercificante e cosifiante) vogliono imporci. Le pratiche sociale non hanno altro soggetto, altro tempo o altro luogo che "noi, qui, ora".