PER UN'AZIONE DI ANIMAZIONE SOCIALE
Presentiamo di seguito un intervento di Guido Contessa - attualmente membro del Consiglio direttivo e per decenni Segretario Generale di AIATEL- sul senso e le potenzialità dell'Animazione Sociale. Seppur pubblicato* quasi 40 anni or sono, lo scritto mantiene inalterati tratti di attualità e significativi stimoli di riflessione per chi vuole oggi intraprendere la Professione Animatore.
Sommario:
1. Organizzazione
micro e macrosociale (prospettiva antropologica)
2. Cristallizzazione della diseguaglianza (potere e delega)
3. Meccanismi di compensazione e crisi
4. Presa di coscienza o ritorno al padre?
5. Il cambiamento ed il ruolo
6. Come sostenere il conflitto?
7. Piccolo gruppo autogestito
8. L'organizzazione
9. Fiducia nell'uomo
10.L'animatore
11.Direttività e non
12.Educazione e autogestione
Post scriptum
1. Organizzazione micro e macrosociale (prospettiva antropologica)
Ogni organizzazione
sociale, cioè un insieme di uomini riuniti per uno scopo e con
determinate regole interne, è caratterizzata da un principio
indiscutibile: la volontà di fare insieme ad altri qualcosa che
è difficile o costoso, o rischioso o impossibile fare individualmente.
Dall'autoconservazione, al progresso tecnico, dalla difesa da nemico,
all'istruzione: tutte queste esigenze individuali e collettive
hanno dato origine ad organizzazioni nella convinzione che queste fossero
la migliore modalità di soddisfazione. Una organizzazione sociale
ha come scopo primario la realizzazione dei fini che la comunità
le ha affidato.
La famiglia è l'organizzazione primaria che l'uomo si è
dato per la soddisfazione dei bisogni di sicurezza, amore, sopravvivenza.
Dall'insieme delle famiglie, alla tribù, allo stato, alla comunità
sovranazionale troviamo una serie di modalità organizzative complesse,
finalizzate alla maggior efficacia dell'azione dell'uomo sulla realtà
circostante.
Nello sviluppo psichico un individuo media tra il principio del piacere
e il principio della realtà, reprimendo una parte delle proprie
pulsioni istintuali grazie a meccanismi superegoici (proibizioni,
paure, sensi di colpa, ecc.). Nello sviluppo sociale il nucleo familiare
compie una mediazione più vasta, sacrificando una serie di libertà
a favore di possibilità maggiori ottenibili mediante la sottomissione
a strutture macrosociali organizzate.
La famiglia rinuncia
a difendersi da sé o ad istruirsi autonomamente, creando l'istituzione
"esercito" o la istituzione "scuola" alle cui regole
(concordate) decide di sottostare. Alcuni bisogni individuali sono meno
importanti, oppure temporanei, o non generalizzabili al punto che non
si crea una organizzazione per soddisfarli: queste esigenze trovano
una risposta nei gruppi microsociali come la classe scolastica, il gruppo
di lavoro la associazione amicale.
Le organizzazioni micro e macrosociali sono dunque fenomeni di potere
delegato a scopo di efficacia. L'individuo delega una parte del suo
potere all'istituzione affinché questa gli renda un servizio;
oppure baratta una parte della sua onnipotenza col gruppo in cambio
di beni che solo il gruppo può offrire (sicurezza, solidarietà,
amore ecc.).
2. Cristallizzazione della diseguaglianza (potere e delega)
La diseguaglianza
probabilmente affonda le sue radici anche in fatti biologici non ancora
controllati, oltre che in fatti sociali.
Il problema della società è quello di scegliere fra lo
strutturarsi in un sistema omogeneo alle differenze genetico-familiari,
o l'organizzarsi invece per la loro progressiva eliminazione.
La scelta è esclusivamente valoriale o metastorica. C'è
chi crede nella Redenzione e nella vittoria del Proletariato, e chi
no.
Purtroppo la storia dell'uomo ci offre solo esempi mitologici di strutture
egalitarie durevoli: se entriamo nel periodo della civiltà "scritta"
notiamo che le strutture sociali sono essenzialmente servite a cristallizzare
la diseguaglianza.
Le deleghe di potere hanno creato (forse contestualmente) la proprietà
privata ed i ruoli sociali, che, invece di essere ciclicamente ruotati
ed equamente distribuiti, si sono concentrati ed accumulati e conservati
nelle mani di pochi.
La sostanziale distinzione fra l'orda e la società civilizzata
è la cristallizzazione dei ruoli, la divisione del lavoro
e del potere, e la nascita di istituzioni di conservazione.
Possiamo convenire che tutte le organizzazioni e le istituzioni della
società occidentale hanno una struttura di tipo piramidale, in
cui il vertice detiene il massimo del potere e del profitto; ai livelli
inferiori potere e profitto decrescono fino all'ultimo gradino dove
esiste il massimo del loro contrario: l'alienazione e lo sfruttamento.
max profitto
max alienazione max sfruttamento
Tralascio qui di dilungarmi su analisi arcinote relative alle caratteristiche
dell'élite, agli strumenti che usa per restare tale, e alle possibilità
politiche di trasformare la piramide in una figura geometrica meno
spigolosa. Mi interessa qui solo analizzare la dinamica psicologica
di questa situazione sociale e il possibile ruolo che l'Animazione
Sociale può giocare in tale dinamica. Lo schema offerto, pur
nella sua grossolanità, vale per tutte le organizzazioni umane
della società industriale.
Vale anzitutto per lo Stato Capitalista e per l'impresa dell'economia
di mercato, dove poco si può aggiungere all'analisi marxista;
vale per la famiglia tradizionale monocellulare; vale per l'istituzione
scolastica, per l'esercito, la Chiesa, il partito, l'ospedale, il sindacato.
Nelle organizzazioni il cui fine dichiarato non è il Profitto,
come il sindacato o l'impresa dei paesi orientali, la posta in
gioco è prevalentemente il Potere ed il gradino più basso
della piramide con la sua attività produce una sorta di "plusvalore
di potere" a beneficio della conservazione del vertice.
3. Meccanismi di compensazione e crisi
Tutte queste organizzazioni
sopravvivono nella struttura piramidale grazie ad una serie di meccanismi
compensatori con cui il vertice "paga" i gradini inferiori:
la sicurezza e la deresponsabilizzazione, gli oggetti da consumare;
la trasferibilità dell'esercizio del potere. L'individuo non
ha più la responsabilità di pensare al suo proprio mantenimento
né oggi né domani (ci pensa l'azienda), di provvedere
alla sua istruzione (c'è la scuola), o alla sua difesa (c'è
l'esercito o la polizia). L'individuo non ha problemi di ansia e competenza
per decidere, non deve prevedere, approfondire, trarre conclusioni:
a tutto ciò, pensa il vertice. Il Governo, il preside, il generale,
il primario, il delegato sindacale, il leader, il padre ci sollevano
dalla responsabilità e ci danno sicurezza. Tutto in cambio di
poca cosa: una delega di potere.
Il problema è che la delega si è cristallizzata nelle
generazioni, ed è ormai irritirabile. E' divenuta proprietà
privata e ne ha assommate altre a sé; è indiscutibile;
è spesso ereditaria. Tende ad allontanarsi sempre più
dalla sua fonte; a vivere una vita autonoma ed anche contraria alle
ragioni che l'hanno giustificata. Ecco allora che insieme alla deresponsabilizzazione
viene anche l'indisponibilità di noi stessi: continuando a delegare
porzioni di potere ci siamo accorti di averlo perso totalmente.
A volte questa delega si cristallizza con il consenso. Esso è
più tranquillizzante del conflitto, è più
facile a breve scadenza. È la vendita dell'anima al diavolo e
la rinuncia alla lotta.
Quanti Faust e quanti Dorian Gray ci sono fra i sostenitori del consenso
e della pace!
Il consenso che è raggiunto con una paga più alta (cooptazione),
o con una razionalizzazione (è così perché è
giusto), o con la compensazione consumistica indotta dai miti e dai
mass-media (tutti possiamo avere una bella auto).
A volte il consenso è strappato con una imposizione autoritaria:
il potere delegato fa uso della forza fisica o morale per conservarsi.
La tortura, le deportazioni, le guerre, il carcere, i ghetti urbani,
le istituzioni totali, le minacce, il ricatto, il senso di colpa sono
tutta una gamma di strumenti di cui il vertice fa uso a seconda delle
situazioni.
Più spesso tuttavia il potere delegato si cristallizza attraverso
tutto l'insieme di questi meccanismi, dal consenso alla violenza,
con l'aggiunta di quello che possiamo definire "trasferibilità
dell'esercizio del potere". Un individuo o un ceto sociale accetta
di delegare parte del suo potere purché gli sia possibile gestire
una porzione di potere delegatagli dal basso. Nelle organizzazioni gerarchiche
ogni livello ha un livello inferiore su cui scaricare l'aggressività
in termini di potere; e l'ultimo livello ha sempre l'esterno dell'organizzazione
a cui rivolgersi. Come penultima zona di esercizio del potere c'è
sempre la famiglia, la moglie e il figlio; come ultima sponda ci sono
gli oggetti o la natura, che non reagiscono mai. E la pace sociale degli
anni 30.
Chi per caso non deteneva la possibilità (o la rifiutava) di
ricevere compensazioni alla propria delega in termini di oggetti,
o di sicurezza, o di potere, era talmente minoranza da non recare nessun
vero disturbo al sistema (il 3% di dissenso che "fa bene").
Ma in questo quadro così razionale e irrazionale risiedono le
contraddizioni da cui origina la crisi degli anni 60: i corrispettivi
tradizionali della delega di potere sono venuti gradualmente meno.
Si è incrinato dapprima il principio dell'autorità nel
conflitto generazionale dei giovani contro il padre, delle donne
contro i mariti, dei negri contro i bianchi. Poi la sicurezza ha lasciato
il posto all'ansia del mutamento, del provvisorio, del pericoloso.
Infine anche i consumi vengono resi insicuri. Ci è proibito persino
di innamorarci dell'automobile.
4. Presa di coscienza o ritorno al padre?
Di fronte a queste
macroscopiche contraddizioni, il cui vissuto si sta estendendo dalla
classe operaia ai ceti intermedi collocati un gradino sopra (insegnanti,
tecnici, capireparto, impiegati, ecc.), sono aperte due strade antitetiche.
Da una parte la presa di coscienza, la volontà di cambiare, la
assunzione del rischio connesso al cambiamento, e l'attivazione della
lotta per il recupero del controllo del potere. Questo atteggiamento
è proprio dell'individuo adulto, capace di controllare le
ansie, le paure, le resistenze che nascono dall'impegno di trasformare
la realtà; dell'individuo autonomo, emancipato, capace di respingere
la sicurezza di un sistema materno/ paterno perché attinge a
valori slegati dagli oggetti.
Dall'altra parte esiste invece il pericolo (assai più probabile,
visto che la famiglia e l'educazione c~ propongono modelli autoritari
rassicuranti) che la constatazione delle contraddizioni si traduca in
un mostruoso, insopportabile senso di colpa collettivo. Per cui
l'unica modalità di espiazione sarebbe quella di inginocchiarci
davanti all'Autorità (l'austero padre tanto ingiustamente contestato)
e di attenderne la doverosa punizione.
In una situazione ansiogena gli individui cercano disperatamente la
sicurezza, e la presa di coscienza di questa verità viene
rimossa anche da coloro che sono arrivati alla critica delle contraddizioni
del sistema. Cosa è il ricorso a certe dettagliate utopie, se
non la richiesta di una sicurezza che è lontana sì, ma
definita?
La presa di coscienza delle contraddizioni sociali passa attraverso
la presa di coscienza del rapporto di sfruttamento che ci lega al padre
(che fa di noi l'oggetto del suo potere). Ma questa scoperta in una
società autoritaria è troppo colpevolizzante e traumatica.
Il passaggio da una organizzazione piramidale ad una circolare,
dall'eterogestione all'autogestione, non può che essere una tendenza
graduale ed un susseguirsi infinito di surrogati del padre, con un potere
delegato sempre inferiore.
5. Il cambiamento ed il ruolo
Definiamo il cambiamento
come il passaggio da un situazione A ad una situazione B, diversa dalla
prima. Usando le lettere A e B escludiamo qualsiasi attribuzione valoriale
alle due situazioni: esse sono solo diverse. Questa operazione di cambiamento,
che noi effettuiamo molte volte al giorno, sottintende una complessa
dinamica psicologica, alla quale bisogna fare accenno.
Poiché l'uomo è un animale che si adatta alla situazione
in cui vive, l'IO di ciascuno cerca sempre un equilibrio fra le proprie
pulsioni istintuali e la realtà. Sull'equilibrio raggiunto, l'IO
si rassicura, si arrocca, si difende nel timore che un eventuale cambiamento
rompa l'equilibrio a sfavore di quella parte degli istinti che è
soddisfatta. Il passaggio da un equilibrio ad un altro viene effettuato
volontariamente e consapevolmente solo quando l'IO è garantito
nell'aumento globale di soddisfazione istintuale. Tutte le altre
volte, e nel caso di cambiamenti sociali, l'individuo non è mai
garantito, l'IO resiste. In una situazione sociale di dinamica accelerata
questa lentezza di "metabolismo psichico" è portatrice
di una serie di conseguenze negative che assumono varie dizioni: invecchiamento
precoce, esclusione, sudditanza, insignificanza, disadattamento ecc.
I sistemi di informazione ed i processi di accumulazione del capitale
hanno provocato quello che viene ottimisticamente definito "progresso",
ma che significa invece "aumento progressivo dei ritmi di mutamento".
La realtà dunque fluisce, cambia continuamente.
Assistere a questo cambiamento come spettatore, soddisfatto o critico,
significa regredire lentamente a stadi sempre maggiori di dipendenza
dal padre. Perché al contrario agire nel mutamento, come attori
di una parte di esso, significa controllare una parte del potere o riappropriarsi
della delega.
L'IO deve poter gestire equilibri dinamici in rapida successione, saper
operare sul sociale mentre questo si muove, saper agire nell'indefinito
e nell'ambivalenza. Questo però aumenta la nostra ansia di razionalisti,
amanti delle variazioni programmate, abituati a considerare la realtà
come data (un'automobile ferma che attende il nostro modesto intervento
su un pezzo di carrozzeria), educati alle certezze scientifiche, agli
odi e agli amori manichei.
E allora quando l'ansia arriva al livello di guardia torniamo indietro
o ci fermiamo; l'IO si inchioda sull'ultimo equilibrio che gli dà
sicurezza: qualcun altro penserà al mutamento anche per noi!
Basta delegargli il potere!
E poiché riconoscere a se stessi di aver rinunciato alla propria
adultità, al potere su se stessi, è doloroso: razionalizziamo.
Cioè giustifichiamo la nostra sconfitta (la vendita dell'anima
al Diavolo), con alibi rassicuranti: "io sono disposto a cambiare,
ma gli altri non vogliono!", "niente si può mutare
se non cambia il sistema! ". La realtà è che cambiare,
cioè decidere e agire, è costoso sia sul piano psicologico
sia su quello oggettivo, quindi richiede un atto di profonda volontà.
Mutare significa abbandonare la sicurezza, quindi accettare l'ansia
ed il rischio. Mutare significa decidere, dunque scegliere fra diverse
possibilità e accettare il senso di colpa verso le decisioni
respinte. Quindi ansia, rischio, senso di colpa nella sfera psicologica.
Ma poiché siamo in un sistema sociale che tutto prevede, che
codifica dei ruoli cristallizzati, il mutamento colpisce anche l'organizzazione
della società e i suoi equilibri di potere: ecco perché
spesso il mutamento porta dietro a sé la repressione.
Il ruolo assegnato a ciascuno di noi nel contesto sociale, non è
altro che la posizione che occupiamo e l'insieme di azioni che la posizione
ci induce a compiere.
Nello schema della organizzazione piramidale, dal momento che il vertice
tende a conservarsi, tutte le posizioni inferiori hanno un ridottissimo
grado di mobilità. Da ciascun ruolo ci si aspettano comportamenti
codificati, caratteristiche definite; ogni mutamento nella gestione
del ruolo comporta uno spostamento nell'equilibrio della organizzazione,
disturba la distribuzione del potere. Dunque è sempre sanzionato
con la repressione o col ritiro dell'amore da parte dell'autorità-padre:
due cose che non sopportiamo a lungo.
Il ruolo è come la parte in teatro. Le battute sono già
scritte, il costume è deciso, persino le inflessioni della voce
sono stabilite dal regista: si tratta solo di scegliere la persona giusta
per incarnare la parte. Poiché la Compagnia, la parte e il regista
contano più dell'attore (di solito), chi non si adatta al ruolo
se ne va.
Il ruolo sembra dunque l'esecuzione di atti stabiliti da altri e altrove.
Ma questa è
ciò che il sistema, l'autorità, il padre tentano di imporci.
Chi risponde alle aspettative connesse al suo ruolo è compensato
dagli oggetti, dalla considerazione del gruppo, dall'amore del padre;
è rassicurato e non ha sensi di colpa.
Il ruolo è dunque l'abito col quale si è ammessi ad assistere
alla rappresentazione della storia, del potere, della vita.
Ma il cambiamento non è solo una oscillazione dinamica dell'IO
che segue e si adatta ad una realtà in evoluzione; è anche
la volontà di trasformare la realtà verso una maggiore
soddisfazione dei nostri bisogni, un plasmare creativo della natura,
un avere potere su di essa.
A favore dell'ordine piramidale, cioè della ineguale distribuzione
del potere, l'aggressività individuale è distorta, deviata,
sublimata, comunque allontanata dal suo obiettivo primario. Qui intendiamo
il termine aggressività come la capacità di trasformare
la realtà e se stessi, la capacità di realizzarsi, il
potere di gestirsi. Dal momento che la gran parte di queste espressioni
dell'aggressività sono delegate all'organizzazione sociale, ai
singoli restano solo dei surrogati: la competizione sul lavoro, la distruzione
della natura, la violenza verbale o fisica, il tifo sportivo, la caccia
al nemico (gli arabi, l'inter, i giovani ecc.).
La riconduzione dell'aggressività nel canale dell'autorealizzazione
presuppone il tentativo di trasformazione dell'altro, la rottura
dell'equilibrio, quindi il conflitto e l'insicurezza.
In questa ottica il ruolo non è altro che il complesso di accessori
e di strumenti culturali, tecnici, economici per l'espressione della
aggressività e per il mutamento. Il ruolo come metodologia del
cambiamento, come angolo di approccio per la trasformazione della realtà.
Il ruolo come insieme di competenze e di attributi e di conoscenze,
con le quali agiamo sugli altri, su noi, e sulla realtà.
Il ruolo allora è solo la maschera che ci fa salire sul palcoscenico
a rappresentare un lavoro, in cui è tutto da discutere:
dalla trama ai personaggi. Il ruolo come gabbia dell'aggressività
deve lasciare il posto al ruolo come tecnica di espressione della creatività
e del potere. Nel ruolo codificato, conchiuso, circondato, il potere
sugli obiettivi dell'aggressività è delegato al vertice;
il mutamento è controllato; il conflitto è denegato.
Nel ruolo aperto, mutevole, creativo, il potere è recuperato,
il mutamento e quindi il conflitto sono permanenti.
6. Come sostenere il conflitto?
Se esiste una diseguale
e cristallizzata distribuzione dei ruoli e quindi del potere; se ogni
organizzazione sociale è a forma piramidale; se il rapporto
padre-figlio, dominante-dominato è radicato nella nostra civiltà;
si può parlare di mutamento solo in relazione al conflitto.
Quale forza spontanea, non conflittuale porterebbe infatti al mutamento
dei rapporti di potere?
Parlare di conflitto tuttavia equivale ad evocare una serie di fantasmi
come la perdita dell'amore del padre, la punizione, il senso di colpa,
i quali hanno una tale forza nel nostro subconscio da spingerci a denegare
l'ineluttabilità del conflitto stesso.
L'individuo singolo ha raramente la forza psicologica di superare questi
fantasmi, e quand'anche la trovasse avrebbe ben poche possibilità
di gestire vittoriosamente il conflitto contro il padre ed il Potere.
Normalmente l'individuo che entra in conflitto individuale con
l'organizzazione, è considerato deviante e subisce una serie
di penose vicissitudini.
Diversa cosa può divenire questo conflitto, se è un gruppo
a farsene carico; diversissima, se è un insieme di piccoli gruppi
organizzati fra loro. La rottura dei ruoli cristallizzati, la disoccultazione
del potere ad essi sotteso, il mutamento individuale e sociale, l'incanalamento
dell'aggressività verso questi obiettivi, entrano nella
sfera della possibilità a livello di piccolo gruppo prima, e
di organizzazione poi.
7. Piccolo gruppo autogestito
Un numero limitato
di persone si raccoglie attorno ad un obiettivo, un progetto comune;
accetta il postulato della mediazione fra istinti individuali e bisogni
collettivi; accetta la fede dell'uguaglianza; elabora un senso graduale
di appartenenza ad una entità "gruppo" più importante
della semplice somma degli individui; quindi tenta di realizzare l'obiettivo
condiviso.
Se l'obiettivo è limitato (migliorare le capacità individuali
di socializzazione, approfondire un argomento di studio, soddisfare
esigenze culturali o affettive) il piccolo gruppo può dar luogo
al cambiamento. Perché? Perché esso diventa un rassicurante
strumento paterno/materno alternativo. Perché è una
organizzazione sociale da laboratorio, non vincolante; non essendo il
piccolo gruppo una organizzazione storicamente consolidata, esso non
ha la forza di riprodurre i meccanismi di potere e alienazione. Perché
il piccolo gruppo con le caratteristiche suddette ci protegge nel nostro
processo di cambiamento individuale; è più forte nei momenti
di cambiamento della realtà. È il luogo dove il potere
può essere delegato, e poi ritirato; distribuito equamente o
a rotazione. Conseguentemente è lo strumento per riprendere la
libertà espressiva smarrita; la creatività umiliata
dall'ingabbiamento nei ruoli. È lo strumento che attutisce il
senso di colpa nei confronti della struttura che ci apprestiamo ad innovare;
ci compensa della perdita dell'affetto dell'autorità con cui
entriamo in conflitto; ci difende dalla eventuale repressione; ci trasforma
da devianti in minoranza.
È il luogo in cui sperimentiamo l'autogestione.
8. L'organizzazione
Se l'obiettivo è
più ambizioso (rivoluzione, liberazione, partecipazione sociale,
lotte operaie, ecc.) il piccolo gruppo non basta più. Occorre
un collegamento fra migliaia di gruppi. Un'organizzazione? Dobbiamo
chiederci se è possibile avviare una organizzazione sociale alternativa
non solo nei fini, ma anche nei metodi.
Oppure il rapporto padre-figlio, lo sfruttamento del plusvalore di potere
sono fenomeni intrinseci ad ogni organizzazione "efficace"?
Non è il caso di andare troppo oltre in questo quesito, perché
esso attinge con evidenza alla sfera del metastorico, della fede.
Il dilemma è quello fra Bene e Male, fra il buon selvaggio e
l'homo homini lupus. È forse solo lecito porci la domanda se
ciò che può essere partecipativo, adulto e fraterno in
un microgruppo (a certe condizioni) non diventi regolarmente autoritario,
infantile e repressivo in una organizzazione macrosociale. E chiederci
anche se non sia normale che tanto più vasto è il raggio
d'azione di un individuo, tanto maggiori sono le mediazioni con la realtà
che deve fare, e quindi le limitazioni alle proprie soddisfazioni istintuali.
Questo significa che la libertà, l'amore, la realizzazione possono
esistere solo nelle microdimensioni? Ma queste cose che sono se non
momenti transeunti, o artificiali o marginali nella realtà?
Forse libertà, amore, autorealizzazione sono il sogno, l'utopia,
l'obiettivo convenzionale di una lotta, di una ricerca fine a se
stessa? Sono la lepre nella corsa dei cani o la cima di una montagna,
remota, ma raggiungibile?
9. Fiducia nell'uomo
Siccome la vita tutta
è immersa nell'ambivalenza, non pensiamo certo di sospendere
la nostra azione, solo in attesa che sia data una risposta ai quesiti.
Con un atto di fede, accettiamo tutte le convenzioni ottimistiche:
da una parte perché questa accettazione ci solleva dal senso
di colpa di avere disoccultato il ruolo di sfruttamento che il nostro
padre-autorità gioca verso di noi; in secondo luogo perché
questo ci permette di avere una buona opinione di noi stessi e di assegnarci
una missione da compiere. Se l'uomo è cattivo e i valori
sono miraggi, allora nulla serve a nulla; il padre è cattivo
e deve essere punito, ma anch'io sono malvagio ed è giusto che
egli mi punisca: è il generalizzato masochismo medievale. Se
l'uomo è buono, tutti lo siamo: c'è solo qualche malvagio
e qualche errato sistema di organizzazione sociale. Trovare i colpevoli
e punirli, gli errori ed eliminarli: è la sadica missione che
ci siamo assunti nella nostra epoca. Ma è anche la nostra missione
etica.
10. L'animatore
L'unità di
misura del cambiamento sociale è dunque il piccolo gruppo. Ma
non è da credere che in esso i postulati e le convenzioni siano
cosa acquisita dall'inizio e sempre in funzione. Anzi, la convenzione
dell'uguaglianza, della uguale distribuzione del potere, dell'obiettivo
comune sono inesistenti proprio all'inizio della vita del gruppo: questi
sono fini del gruppo al pari dell'obiettivo ufficiale su cui gli individui
si sono uniti.
Qualcuno deve dare vita al gruppo, cioè promuoverlo; qualcuno
deve condurlo nei primi passi; deve rappresentare la sintesi del
gruppo; deve garantire il flusso delle comunicazioni e delle informazioni
verso tutti i membri; deve vegliare sui fenomeni negativi che gli individui
mettono in atto contro il gruppo (che essi amano e odiano nel contempo);
deve ricordare al gruppo l'obiettivo e la vocazione a realizzarlo con
"efficacia". E costui ha una miriade di termini che lo indicano:
animatore, educatore, insegnante, capogruppo, conduttore, trainer, leader,
rappresentante, delegato, ecc. Ma il ruolo che egli gioca quasi
sempre è uno solo: quello di padre/autorità. Egli offre
sicurezza, e chiede potere.
Un potere gestito su una vasta gamma di toni: dal comando, alla manipolazione,
alla convinzione, all'influenza, all'orientamento.
Poiché a questo punto la larga schiera di rogersiani sarà
tentata di cambiare articolo, sono costretto a fare qualche breve
osservazione su il rapporto fra direttività e non-direttività.
11. Direttività e non
Se intendiamo non-direttività
come assenza di manipolazioni dell'educatore verso l'educando, dico
subito che questa non esiste.
L'animatore, l'insegnante, l'educatore hanno una ideologia politica,
hanno precise idee su cosa sia o debba fare un uomo, e in base a queste
essi operano. Se non lo facessero, il loro lavoro sarebbe inutile. Se
non-direttività significa uso di tecniche attive, partecipative
o maieutiche, possiamo concordare sul fatto che essa è solo
un modo di fare passare meglio un messaggio: che dunque non possiamo
accettare tout court, ma in base ad un giudizio di valore sul messaggio.
Il rapporto educativo, di leadership o di rappresentanza è dunque
manipolativo, nel senso che c'è qualcuno che decide per
altri o influenza l'altrui decisione, in base a idee personali. Va detto
che raramente queste idee personali equivalgono ad interessi personali.
Il più delle volte si tratta solo di gestione "pura"
del potere, allo scopo di imporre la visione del mondo in cui si crede
o di sentirsi "padre" di un gruppo.
D'altro canto questa assunzione del ruolo di padre da parte del leader
o dell'animatore, è una delle condizioni perché il gruppo
si emancipi dai condizionamenti personali precedenti. Il leader è
un padre alternativo, nella fase in cui il gruppo non è ancora
funzionante al punto da esserlo esso stesso.
Il filo che passa tuttavia fra la gestione corretta del ruolo del leader/
educatore/animatore e lo sfruttamento del plusvalore di potere che questo
ruolo consente, è assai sottile. Questa figura, va detto subito,
è un rimedio non ottimale e di transizione. Per passare da un
condizionamento e da una sudditanza dell'individuo da parte dell'organizzazione
sociale all'autogestione, è necessaria una serie di stadi
intermedi di cui uno è la sudditanza al leader. Come può
essere agito correttamente questo ruolo? Solo mediante alcuni correttivi.
E si deve parlare di correttivi perché la assunzione di un ruolo
emergente all'interno di un gruppo, porta con sé inevitabilmente
la tentazione di restaurare il rapporto padre/figlio come permanente.
Il primo correttivo è la disoccultazione dei pericoli connessi
al ruolo dell'animatore. Il gruppo va messo costantemente sull'avviso
di ciò che accade nel suo rapporto coll'animatore; dello stato
del processo di crescita e di emancipazione di ciascun membro;
dei meccanismi (consci o inconsci) che l'animatore mette in atto per
manipolare il gruppo.
Questo costringe l'animatore ad una autoanalisi permanente che lo porti
a mettersi costantemente in gioco nel gruppo e che gli impedisca di
considerare come "del gruppo" le sue resistenze, la sua
ideologia, le sue proiezioni.
Un secondo correttivo è il controllo sociale. L'animatore deve
essere in costante interazione con quelle forze sociali (organizzazioni
lavoratori, gruppi di base, comitati di quartiere, ecc.) cui il gruppo
fa in qualche modo riferimento. Questo contatto costante permette all'animatore
di verificare la propria azione, al di fuori di quel senso di onnipotenza
che la responsabilità di un gruppo comporta quasi sempre.
Infine, poiché i primi due correttivi non sono garanti della
non manipolazione, esiste una verifica a posteriori dell'azione
dell'animatore: il buon funzionamento del gruppo anche in sua assenza.
La transitorietà del ruolo è la vera discriminante fra
l'animatore che gestisce un plusvalore di potere, ed un animatore che
educa.
12. Educazione e autogestione
Perché è
proprio l'educatore il fine che deve essere sotteso ad ogni ruolo emergente.
Intendendo per educazione l'acquisizione della capacità di espressione
e di autorealizzazione, la emancipazione dal padre, l'autogestione.
Da una società che ci eterogestisce possiamo passare all'autogestione,
attraverso l'esperienza di un piccolo gruppo con la presenza di un animatore.
Schematicamente:
Istituzione Piccolo
gruppo. Individuo Adattamento
(eterogestione) Animatore (autogestione ) Disadattamento
(partecipazione) Organizzazione
Ma anche qui ci vuole
chiarezza. Non dobbiamo mai dimenticare che il piccolo gruppo (politico,
di studio, di ricerca, di lavoro, di fede, ecc.) è una realtà
da laboratorio, è una esperienza parziale e transeunte. Confonderlo
con la totalità della realtà, trovarsi realizzati e soddisfatti
solo in esso, è assai pericoloso.
C'è il rischio che una tale esperienza educativa, il cui fine
è produrre un vissuto funzionale all'autogestione nella realtà,
assuma la veste di madre protettrice coi partecipanti in permanente
dipendenza. Il piccolo gruppo come terapia, l'animatore come padre/medico/prete
possono avere una funzione positiva (e spesso i partecipanti ad un gruppo
chiedono solo questo) purché in via transitoria.
Ogni gruppo deve avere un obiettivo parziale ed un tempo d'esecuzione.
Al termine dell'esperienza l'obiettivo ufficiale deve essere raggiunto
così come deve essere aumentata la capacità di autogestione
di ciascun membro. Se ciò non avviene può essere per due
motivi: incapacità dell'animatore o troppo pesanti condizionamenti
esterni.
Al termine della vita del gruppo, ciascun membro deve dunque aver acquisito
una maggior capacità di autogestione. Non possiamo non chiederci
che fine essa faccia e come possa essere messa a frutto. Se la società
non fosse quella "makkina" repressiva e alienante che conosciamo
e se queste esperienze di gruppi autogestiti fossero diffuse, potremmo
intravvedere un cambiamento sociale a breve termine. Invece la manipolazione,
la repressione, la alienazione esistono e le esperienze di autogestione
reale sono rarissime.
Risultato: le capacità
di autogestione dell'individuo dopo una intensa esperienza vengono disperse
mediante due meccanismi precisi.
Da una parte il sistema assorbe, ottunde, soffoca il vissuto esperenziale
attraverso la sua impermeabilità. L'individuo, dopo i primi
tempi dell'esperienza, perde i benefici acquisiti, se li dimentica fino
a rientrare totalmente nel vecchio ruolo adattivo.
Dall'altra l'individuo che resiste irriducibilmente e si rifiuta di
ritornare ai ruoli precedenti, viene colpito dalla repressione dura,
dalla emarginazione, dal disadattamento. In entrambi i casi l'individuo
ricerca periodicamente nuove situazioni da laboratorio, di tipo
terapeutko o compensativo. Che fare? E' tutto inutile? Questa domanda
è normale per operatori sociali, animatori, formatori, leaders.
Al momento attuale sembra esserci una sola risposta efficace, anche
se tutta da verificare: l'organizzazione.
Non si trasforma un sistema organizzativo se non mediante l'organizzazione,
il collegamento fra quanti hanno preso coscienza ed hanno vissuto una
esperienza di autogestione.
Ma è una organizzazione tutta da inventare attraverso la verifica
se sia possibile conciliare l'autogestione con l'organizzazione.
Post scriptum: una metodologia per la critica
Alcuni potranno osservare
che molte asserzioni sono poco dimostrate e poco approfondite; è
vero: questi sono appunti per un libro da scrivere in cui ci sarà
lo spazio per le dimostrazioni
Altri noteranno l'assenza di citazioni e di riferimenti; anche questo
è vero, ma è voluto. Ritengo il "citazionismo"
una ingenuità della nostra cultura: sia che la citazione serva
a rafforzare là verità di un'idea (come se non si trovassero
citazioni per ogni cosa); sia che essa voglia riferire la fonte e l'iter
da cui la frase è stata generata (e allora perché non
partire da Platone, i Pitagorici, la Bibbia?); sia infine se si volesse
distinguere le cose prese da quelle proprie (e allora quali idee non
avrebbero una citazione).
- Altri ancora osserveranno che l'articolo tocca troppi argomenti senza
decidersi a quale disciplina vuole fare riferimento. A costoro sottolineo
che l'equazione scienza disciplinarietà ha avuto solo lo scopo
di creare una divisione del sapere, con ruoli e caste annessi.
- Infine alcuni criticheranno l'assenza di una demarcazione fra le dichiarazioni
scientifiche e quelle etico-politiche: a loro chiedo di dimostrare
che tale demarcazione esiste.
* "L'ANIMAZIONE SOCIALE, esperienze e prospettive", n. 11 - luglio-settembre 1974